ALFANO DIMETTITI

Grazie a Diego Bianchi e Gazebo, per un pezzo di giornalismo che trasuda verità da tutti i pori. Mi chiedo, cos’altro deve accadere affinché un Ministro dell’Interno si dimetta nel nostro Paese. In Germania, ricordo, che un Ministro si dimise per non aver citato “fonte bibliografica” in un paragrafo della sua tesi di dottorato, per dire.

Qui il video Di GAZEBO

Il Ministro Alfano ha mentito al parlamento, DIMISSIONI SUBITO!

Alfano Dimettiti

Libera liquidazione in libero Stato.

TFR: ECCO DOVE FINISCE - (infografica)Manca ancora il testo della proposta sul TFR e la discussione ha già preso una piega da stadio. Vorrei una discussione più laica. Non è una riforma strutturale, certo. Potrebbe aprire problemi di liquidità per le PMI, verissimo. Per la mia generazione che salta da un contratto precario all’altro, da un’impresa all’altra, la liquidazione ha perso quasi completamente il suo senso di assicurazione economica, da aggiungere alla pensione. Sono soldi dei lavoratori e per questo non ho preclusioni se si aprisse una possibilità di maggiore libertà nella sua destinazione. Metterlo in busta paga? Lasciarlo tutto in azienda? Destinarlo alla previdenza integrativa? Offrirlo in garanzia per la cessione del quinto? Metterlo come anticipo per l’acquisto di una casa? Comprarci quote o azioni dell’impresa per cui si lavora? Insomma, che ogni lavoratore possa scegliere cosa farci del proprio TFR, non mi pare una tragedia, anzi. Comunque, parliamone.

Ah, dimenticavo. Per quanto riguarda il problema del trattamento fiscale, la penso uguale-uguale a Landini: “Oggi ha una tassazione inferiore a quella del salario, quindi, sarebbe una stronzata tassare diversamente il Tfr, adeguandolo all’aliquota del reddito”

TFR, due banalità.

tfrIl salario differito (alias TFR, alias liquidazione) è stato introdotto durante il periodo fascista. L’idea di metterlo in busta paga non è nuova, ma circola dagli anni ’90. Due considerazioni, semplici, banali. La prima, come già fatto notare da più parti, bisogna risolvere il problema della liquidità per le piccole imprese, il TFR per loro è una fonte di autofinanziamento, impropria, ma importante. La seconda, che il TFR sono soldi dei lavoratori e se si decidesse di intervenire davvero, bisogna far scegliere al lavoratore, se vuole oppure no in busta paga il 50% del suo salario differito.

Una riforma cotta e mangiata per le nomine pubbliche.

Nomine PubblicheNon solo costi della politica. Il sistema politico italiano per salvarsi dalla marea di sfiducia ed indignazione crescente nei suoi confronti dovrebbe rinunciare (subito) a privilegi, sprechi, ruberie e rendere il suo operato molto più trasparente. L’ultimo dei casi scoppiati solo negli ultimi mesi, e parlo di Infrastrutture Lombarde, è davvero agghiacciante. Il sistema rischia di essere travolto non dall’antipolitica, ma dalla sua stessa evidente e macroscopica insostenibilità economica, sociale e morale. D’altronde il momento del Paese è così drammatico che, le pessime pratiche e i costi della politica italiana, sono un pugno nello stomaco di un Paese sfiduciato e sempre più impoverito.

Prima di chiedere sacrifici al Paese sarebbe fortemente consigliato mettersi a posto con la propria coscienza. La politica italiana oltre a costare troppo è sempre meno trasparente e ha abbandonato da un pezzo regole meritocratiche e il valore stesso delle regole.

Legalità, trasparenza e merito sono facce della stessa medaglia. Senza legalità non ci potrà mai essere trasparenza e merito, è una precondizione imprescindibile. I costi della politica continueranno ad essere abnormi e soprattutto fuori controllo. Le nomine politiche nel settore pubblico continueranno a essere realizzate in base al grado di fedeltà al partito (o al politico di riferimento) o in funzione di logiche compensative partito-centriche, con i risultati e costi che sono sotto gli occhi di tutti.

Qualcuno però potrebbe sostenere che il sistema delle nomine politiche non va migliorato ma rimosso o superato. Proposta teoricamente sensata, ma forse impraticabile anche se si decidesse di azzerare la presenza dello stato nell’economia, rimarrebbero comunque pendenti, ad esempio, le modalità di selezione dei responsabili delle authority e degli organismi di regolamentazione dei mercati.

D’altronde se non c’è rispetto delle regole e senza trasparenza delle procedure anche l’impiego di modalità concorsuali potrebbero risultare poco efficaci. Inoltre, un manager pubblico che non ottiene risultati dovrebbe essere mandato a casa, ma se si scegliesse di selezionarli tutti con un concorso pubblico si limiterebbe di molto tale opzione. Siamo sicuri che sia la soluzione migliore? E allora trasparenza e merito sono davvero l’unico driver su cui è possibile far evolvere il sistema di nomina nel settore pubblico. Trasparenza che andrebbe introdotta anche nel sistema di valutazione dei risultati, nella governance e nel controllo di gestione delle aziende pubbliche. A mio avviso basterebbe su questo fronte mutuare per le aziende pubbliche le regole e la normativa applicata alle società quotate in borsa.
Nel dibattito politico nazionale è in corso un acceso confronto sul tema delle “nomine politiche”, anche perché maggio è periodo di scadenze e nuove nomine per moltissime aziende pubbliche.  Il Governo Renzi riuscirà a cambiare verso a un sistema di nomine pubbliche tra i più opachi e inefficaci dell’UE e dei Paesi OCSE?

Non chiedo rivoluzioni copernicane, innovazioni radicali, che seppur necessarie in pochi mesi sono impossibili da praticare.  Mi accontenterei, non la faccio troppo complicata e lunga, che il Governo presieduto dal mio segretario intervenisse su alcune condizioni in grado di migliorare il funzionamento del nostro ignobile spoils system.

Al riguardo l’esperienza anglosassone potrebbe fornire a Renzi e ai suoi Ministri elementi di riforma possibile, quasi immediati. In Inghilterra la responsabilità delle nomina resta al Governo, ma la scelta avviene sulla base di una rosa ristretta di nomi proposta da un commissario nominato dalla Regina (da noi si potrebbe pensare al Presidente della Repubblica) e da un nucleo di valutatori indipendenti. Il nucleo di valutazione risponde al commissario (nominato dalla regina), che non risponde ed è perfettamente autonomo dal Governo. Si può fare, anche velocemente, Il modello inglese non evidenzia particolari complessità e criticità di adattamento al contesto italiano,  per chi volesse approfondire il funzionamento del sistema inglese vi consiglio di leggere questo articolo del 2009 di Alessandro Sancino pubblicato su lavoce.info

Terzi e Liberi

20140223-193209.jpgOggi a Bologna abbiamo dimostrato di essere una comunità straordinaria, che discute con passione e franchezza. Ci diciamo le cose in faccia, ci ascoltiamo e decidiamo insieme. Le scelte difficili sono sempre sofferte, quando non lo sono c’è qualcosa che non va, qualcuno bara. A noi le larghe intese continuano a fare schifo, ma crediamo ancora nel progetto del PD e, al frazionismo della sinistra, preferiamo continuare a lavorare per il nuovo Ulivo e per ricostruire il centrosinistra. #terzieliberi

Il palazzo gode, il paese piange.

Noi votiamo contro il rinnovo quadriennale delle larghe intese. Nel Paese delle scelte obbligate nessun cambiamento è possibile, ma questo Paese non esiste. Esiste invece un’Italia sofferente a cui, i Governi tecnici prima e quelli delle larghe intese poi, non hanno fornito risposta alcuna.

Non è colpa di Letta, è lo schema politico a non funzionare, insistere è un azzardo per il PD e un rischio incalcolabile per il Paese.

Mai con Berlusconi, mai più larghe intese. Sono frasi che ancora echeggiano nella mia testa, come un tormentone. Non è più un problema di semplice incoerenza, ma siamo oltre, la chiamerei (passatemi il termine)  incoerenza geometrica, ovvero facciamo l’opposto di quel che diciamo. #mobbasta #IostoconCivati

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Le Primarie di Palazzo

Cambiare Premier senza cambiare maggioranza ed impianto politico non sposterà di una virgola l’azione del Governo. Le staffette portano sfiga, sono liturgie da vecchia politica democristianissima, e sostituire l’uomo al comando senza rovesciare la prospettiva politica delle larghe intese non porterà a nulla di buono. Le primarie di palazzo, mettiamola così,  non ci entusiasmano. Renzi in versione D’Alema diciamo che non ci convince e, che pur non avendolo votato,  ci tengo tantissimo  a Matteo. Non perché abbia cambiato idea sulle mie scelte congressuali, ma semplicemente perché  dalle sue scelte passano le sorti del PD e del mio Paese.

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Bocciata la sinistra

Il documento dei Lettiani è più indigeribile che sorprendente. Un documento che cita  a vanvera Moro e Berlinguer, l’ennesimo. Un documento che più di rilancio della sinistra nel nostro Paese,  cerca di archiviarla e anche in fretta. I Governi alla Letta-Alfano diventano il fine ultimo di tutto.  Il partito democratico diventa un semplice trampolino o anticamera di Palazzo Chigi. E agli italiani che chiedono più salari, più diritti, più merito, più scuola, più uguaglianza, più ambiente e così via. Si risponde che Il loro voto va interpretato, astratto e ricondotto ad una semplice e generica domanda di governo. Un governo che diventa fine supremo di ogni cosa e sul cui altare possono e devono essere sacrificati valori, programmi, elettori, segretari, candidati premier.

Cari Boccia & Co, questa non è più sinistra né di lotta né di governo, è un’altra cosa che si chiama potere per il potere. Lasciate perdere, e soprattutto lasciate perdere la sinistra. Per favore.

 

Alleanze “vorrei ma non voglio”

Epifani sostiene che con il #M5S potremmo trovare un accordo esclusivamente per riformare la legge elettorale. Non è vero.  A mancare non possono essere le convergenze programmatiche, dopo aver fatto un governo con berlusconi, la cosa farebbe quasi scompisciare (siete d’accordo?). Facciamo però qualche esempio. Reddito di cittadinanza, legge anticorruzione (seria), green economy, conflitto d’interesse, scuola e università, agenda digitale, abolizione Province, riduzione numero parlamentari, costi politica, trasparenza delle PA. I punti per costruire un Governo con programma chiaro e amicizia corta per ritornare al voto con una legge elettorale decente, ci sono tutti. A latitare è, come noto, la volontà politica del PD e di Grillo, per ora.

Un Governo del Parlamento, senza saggi.

romanzoquirinaleNel day after scopriamo che questi saggi nominati da Napolitano non piacciono a nessuno. PD, PDL e M5S con parole e punti di vista diversi bocciano all’unanimità il percorso scelto dal Presidente della Repubblica per dare un Governo al Paese.

Neanche a me, confesso, piace la soluzione dei 10 Saggi , non perché ci sia dentro il Quagliariello di turno, ma perché è una scelta che mette “in pausa” la democrazia. Il Parlamento è il luogo del confronto, creare surrogati o sovrastrutture istituzionali allontana la prospettiva di decisioni sagge (paradosso), trasparenti e comprensibili ai cittadini italiani.

Ci potremmo trovare in una situazione di iper-stallo, dove qualsiasi proposta avanzata dai famigerati saggi sarebbe bollata come inciucio, compromesso inaccettabile, salva B o classico topolino partorito dalla montagna (i più cattivi direbbero dal Colle).

E allora la strada da seguire per venir fuori dall’impasse potrebbe essere il Piano C proposto da Pippo Civati: un Governo del Parlamento, senza saggi o sagge badanti. Un Governo che come scrive lo stesso Pippo: “con patti chiarissimi e amicizia cortissima, sulla base dei punti che si stanno discutendo in questi giorni, e si cerca una figura che piaccia al Pd e al M5S”.

Il sottoscritto,  appartiene anche ad una generazione politica definita da qualcuno “post-ideologica”. Una generazione che non ama le trame di palazzo da prima repubblica, ne tantomeno si riconosce negli inciucioni reali o presunti della seconda, ma che neanche chiude alle diversità , anzi cerca punti comuni ovunque essi siano per costruire il cambiamento. Insomma, gli ingredienti che servirebbe per costruire un Governo utile al Paese.

Per venir via dai pasticci, si potrebbe seguire una road map semplice, semplice, di 2 punti:

  1. Far partire le commissioni parlamentari (sulle presidenze il M5s dovrebbe comprendere finalmente l’indecenza democratica del metodo proposto finora del votiamo solo i nostri candidati)
  2. in ogni commissione definire le priorità insieme, approvare  tutti i provvedimenti urgenti e in parallelo, con o senza l’assistenza dei saggi, costruire una base programmatica di un Governo del Cambiamento.