Con Monti il Comune di Fondi sarebbe stato sciolto..

Sciolto dal Governo il Comune di Reggio Calabria. Se ci fosse stato Governo Monti nel 2009 sarebbe stato sciolto anche il Comune di Fondi.

Sfido chiunque a sostenere il contrario.

Con quella scelta scellerata il Governo Berlusconi ha lasciato una ferita  profonda nella cultura della legalità del Paese e mandato un messaggio gravissimo d’impunità alle mafie presenti nel nostro territorio.

Annunci

Spending (poco) Review

È vero, ha ragione Bersani, servirebbero dei veri e propri piani industriali per la Pubblica Amministrazione. Senza una visione chiara degli obiettivi Paese (almeno per il prossimo triennio), dei settori strategici su cui vogliamo investire (es. Ricerca, Università, Scuola, ICT & Banda Larga, meccanica, biotecnologie, nanotecnologie, energie rinnovabili, ect..) e uno studio serio PA per PA e Ministero per Ministero di come riorganizzare, ristrutturare, accorpare, redistribuire le funzioni e le responsabilità, l’efficentamento della spesa pubblica sarà sempre limitato e basato quasi esclusivamente su tagli lineari. La spending review di Monti propone buoni tagli per quegli interventi che non necessitano analisi strutturate. Enti inutili, ipertrofia patologica di alcuni CDA o sistema acquisizione di beni e servizi della PA erano sprechi e disfunzioni macroscopiche d’immediata individuazione. Dove serviva invece un’analisi approfondita, i tagli proposti dal Governo Monti sono super-lineari, vedi sanità. Colpa del fiscal compact o del pareggio di Bilancio? Si, in parte vero ma ci sono altre cause, che vanno oltre l’odiatissimo spread. Aver fatto poco (anzi pochissimo) sul fronte dell’evasione fiscale e il non aver introdotto una vera patrimoniale equa e progressiva ha costretto il Governo a reperire risorse aggiuntive tagliando frettolosamente la spesa pubblica. Ecco, l’ho detto, non è un noioso refrain, ma lotta evasione fiscale e patrimoniale servirebbero, come il pane, per rispettare vincoli di bilancio e impegni europei in un clima sociale più disteso. Monti e suoi tecnici sanno benissimo che la coesione sociale, in questo momento di crollo drammatico della fiducia, è l’ingrediente più importante per ritornare a crescere. Più importante di un ipotetico nuovo “Piano Marshall” degli investimenti, per dire.

Disoccupazione Giovani al 35%. La Riforma Fornero del Lavoro aggraverà crisi e fiducia, fermiamola.

Nell’ultimo mese si sono persi 38.000 posti di lavoro, il tasso di disoccupazione è al 10,2%. Giovani senza lavoro sono il 35%, un livello che rappresenta lo status quo di un Paese con un economia in picchiata, un sistema produttivo in crisi profonda e  imprese che non investono più per sfiducia nel futuro. Pressione fiscale alle stelle, tasso di fiducia dei consumatori, famiglie e imprese ai minimi storici, siamo quasi a un punto di non ritorno. Se non riparte l’economia, i sacrifici richiesti dal Governo Monti non saranno serviti a nulla e l’Italia ritornerà a rischio default in pochi mesi. Le politiche fiscali e le riforme da fare dovranno essere improntate su criteri di equità e giustizia sociale,  altrimenti saranno insostenibili e produrranno effetti negativi su crescita economica e coesione sociale del nostro Paese. Per fare un esempio, la Riforma del Lavoro del Ministro Fornero è una riforma che andrebbe fermata, subito. Sono altre le criticità del nostro mondo del lavoro. Non possiamo permetterci di dare priorità a una  mini-riforma che non produce effetti positivi sulla crescita e non risolve il dualismo del nostro mercato del lavoro. In questo momento, in cui il lavoro è sempre più scarso e la fiducia nel futuro tende a zero, sarebbe grave e sbagliato approvare riforme capaci solo di introdurre nuovi elementi di preoccupazione per i lavoratori italiani che, vivono già, tra cronici e congiunturali livelli insopportabili di precarietà.

IMU, un’imposta centralista e ingiusta

È una nuova imposta introdotta con la Riforma del federalismo fiscale targata Tremonti-LegaNord. Un’ imposta che sostituirà sia l’ICI che l’IRPEF sui redditi fondiari di immobili residenziali e commerciali. Un’imposta diretta che di federale ha davvero poco, visto che, rispetto all’odiatissima ICI, l’autonomia fiscale dei Comuni è pressoché dimezzata e gran parte del gettito finirà nelle casse dello Stato. Dunque scopriamo che il  federalismo fiscale promesso dalla LegaNord e praticato dal Governo Berlusconi era più che la solita bufala, una grande “sola”, perché è evidente che si è andati nella direzione opposta di un maggior centralismo istituzionale e fiscale.

Un’imposta che oltretutto contribuisce a peggiorare l’equità fiscale nel nostro Paese, comprimendo ancor più il principio costituzionale della “capacità contributiva”. I meccanismi dell’imposta sul versante delle detrazione sono troppo rigidi e non tengono conto del patrimonio e reddito complessivo del contribuente. Per chiarire,  ad esempio, le detrazioni previste sulla c.d. “prima casa” per le famiglie con figli a carico (con età <26 anni) sono identiche e hanno la stessa progressività per numeri di figli sia per una famiglia con redditi complessivi di 25.000 euro che per una famiglia con redditi di oltre 200.000 euro. Non cambia nulla neanche se a variare è il patrimonio della famiglia, se si posseggono capitali in svizzera, MegaYacht  o Maxi-Ville a Cortina, per dire.

 

Esempio di calcolo (fonte: www.intrage.it)

Casa di categoria catastale A/3, di circa 100 metri quadrati, con rendita catastale non rivalutata di 945,11 euro, adibita come abitazione principale.

  • Rendita catastale rivalutata del 5%: 945,11 + 5% = 992,37
  • Rendita catastale rivalutata del 60%: 992,37 + 60% = 1.587,78
  • Valore catastale: 1.587,78 x 100 = 158.778
  • Imu: 0,4% di 158.778 = 635,11
  • Detrazione prima casa: 635,11 – 200,00 = 435,11
  • Detrazione figli: 435,11 – 50,00 – 50,00 = 335,11 (importo dovuto)

Chi non paga nulla: facendo riferimento all’aliquota ordinaria, con una rendita catastale uguale o inferiore a 446,43 euro, una famiglia con due figli non deve pagare nulla. Chi non ha figli può invece arrivare a zero solo con una rendita catastale uguale o inferiore a 297,62 euro, sempre se l’aliquota è quella ordinaria dello 0,4 per cento.

Il Lavoro prima di tutto.

I testi per ora circolati delineano una Riforma del Mercato del lavoro confusa e insostenibile. Il Governo Monti pare solo proteso a rassicurare i mercati internazionali con una proposta di riforma a costo zero (o quasi) e che punta quasi tutto sulla cancellazione del presunto tabù dell’Art. 18. Come se impedire che un lavoratore venga licenziato senza giusta causa, fosse un segno di arretratezza economica e non invece una positiva conquista di civiltà a difesa della dignità del lavoro. La riforma è sicuramente ampia nei titoli e sembra occuparsi di tutte le disfunzioni strutturali del nostro mercato del lavoro: ingresso nel mercato del lavoro, riforma degli ammortizzatori sociali e dualismo fra lavoratori protetti e precari. Nella riforma si affrontano tutti questi temi, ma in realtà le proposte sono deboli e introducono, in momento di crisi economica, costi per le imprese difficili da sostenere e che rischiano peraltro di essere ribaltati su salari e stipendi dei lavoratori. Insomma, la riforma va cambiata profondamente, in parlamento. Il PD non può accettare una riforma che peggiora le condizioni generali del lavoro nel nostro Paese e in cui l’unica vera nota positiva è quella di aver raccolto la nostra proposta di rendere meno conveniente il lavoro precario rispetto al lavoro stabile. Poco, anzi niente che può convincere il PD ad accettare questa riforma. Spero che il PD resti unito a sostengno del nostro segretario Bersani in questo difficile e complicato passaggio politico.

Art.18, come funziona il modello tedesco

Interessante articolo che descrive la disciplina dei licenziamenti in Germania. Da leggere, direi.

In Germania il licenziamento di un lavoratore di un’azienda con più di 10 dipendenti è stato regolamentato il 1 gennaio 2004 con una legge del governo rosso-verde di Gerhard Schroeder. Le cause che possono condurre un lavoratore alla perdita del posto di lavoro sono di tre tipi: comportamento manchevole, motivi personali e necessità aziendali.
IL CASO DI COMPORTAMENTO MANCHEVOLE – Si verifica quando un lavoratore compie atti nocivi all’azienda, come il furto, le ripetute assenze o i ritardi ingiustificati, ma anche l’assunzione di droghe o l’abuso di alcol, mentre recentemente si è aggiunto anche l’uso del telefono aziendale per motivi privati e l’accesso ugualmente privato ad internet. Prima di procedere al licenziamento, però, il datore di lavoro deve inviare una diffida scritta al proprio dipendente per il suo comportamento riprovevole. Solo in caso di recidiva può dunque scattare il licenziamento.

MOTIVI PERSONALI – Tra le ragioni personali che possono indurre un datore di lavoro a privarsi della collaborazione di un dipendente figurano quasi sempre ragioni di natura familiare, come le lunghe assenze dal lavoro causate da malattia oppure da altre ragioni private. In questi due casi di licenziamento il lavoratore può ricorrere ad un tribunale, che però in presenza di prove incontrovertibili da parte dell’azienda conferma quasi sempre il licenziamento. In casi di difficile accertamento delle responsabilità il giudice invita le parti a trovare un accomodamento, che si conclude sempre con un versamento di una “una tantum” da parte dell’azienda da stabilire caso per caso.

MOTIVI ECONOMICI – Il terzo motivo di licenziamento riguarda la necessità economica dell’azienda di disfarsi di una parte del personale, sia per il cattivo andamento degli affari, sia per la chiusura definitiva o per la delocalizzazione. Quando si tratta di licenziare una parte del personale per ragioni economiche, un datore di lavoro deve rispettare norme molto rigide nella scelta di chi disfarsi, tenendo conto di criteri quali la durata di appartenenza del lavoratore all’azienda, la sue età, gli obblighi sociali di mantenimento dei familiari e l’eventuale grado di disabilità. In caso di licenziamento per ragioni economiche all’addetto che perde il posto di lavoro viene versata una buonuscita corrispondente a mezza mensilità per ogni anno di appartenenza all’azienda, che deve essere però soggetta a prelievo fiscale…. Continua la lettura su Quotidiano.net

 

 

 

 

Riforma Fiscale Monti, Dubbi su Imposte Indirette.

Condivido il commento a caldo del Segretario Bersani: “cautela sulle imposte indirette”.
Penso che Monti debba chiarire (subito) cosa intende per “graduale spostamento dell’asse del prelievo dalle imposte dirette a quelle indirette”. In generale, un sistema fiscale basato maggiormente su imposte indirette (IVA, dazi doganali, imposte di registro, ect.) è potenzialmente meno equo di un sistema che privilegia invece un’imposizione diretta (IRPEF, IRES, IMU, ect.)  su redditi e patrimoni. Le imposte indirette NON colpiscono, ad esempio, le rendite mobiliari e immobiliari, perchè colpiscono la ricchezza solo nel momento in cui viene consumata o trasferita. Le imposte indirette per definizione non tengono conto della ricchezza o del patrimonio complessivo del contribuente e la loro base imponibile è legata esclusivamente al valore della singola transazione e/o consumo di beni e servizi. E aggiungo, come nota conclusiva di cronaca “tributaria”, che l’imposta indiretta sul valore aggiunto (IVA) è tra le più evase in Italia.

Accise’ degli italiani sulla Benzina

Con l’ultimo ritocco delle accise stiamo molto probabilmente scalando la classifica europea. A febbraio 2011 eravamo già tra i Paesi europei dove il carburante costava di più (leggete QUI). Speriamo almeno che a quest’ultimo aumento non si vada a sommare anche l’incremento dell’IVA nel 2012 (sarebbe più corretto dire moltiplicare, perché l’IVA sulla benzina si applica su una base imponibile che tiene conto delle stesse Accise). Credo che in Parlamento si possano trovare soluzioni e coperture finanziarie (tipo una patrimoniale, sigh) per evitare ulteriori balzelli sul prezzo di benzina e gasolio, che ai prezzi ante-manovra Monti risultavano già poco sostenibile per tanti lavoratori pendolari, famiglie, aziende di trasporto, ect, ect, ect….figuriamoci ora con questi, di prezzi….

Tanto rigore, poca equità e niente crescita

Partiamo dalla Crescita. Tre le principali misure: Deducibilità dell’IRAP, Rifinanziamento Confidi per le piccole imprese e Liberalizzazioni vendita farmaci di fascia “C”. Nessuna liberalizzazione importante, rinviata anche la riforma degli ordini professionali. I Confidi per le piccole imprese non andavano solo rifinanziati, ma riorganizzati e razionalizzati. Il numero dei confidi è ancora ridondante ed eccessivo. Sono troppi e troppo piccoli, se si pensa che più di un 1/4 di tali organismi ha un solo dipendente. Mi sarei aspettato un intervento per favorirne l’aggregazione che prevedesse, per esempio, un aumento della soglia minima del patrimonio richiesto. Per la crescita c’è davvero poco, anzi quasi nulla.

Capitolo Equità. Senza una stretta seria sull’evasione fiscale e una patrimoniale vera non è possibile ipotizzare uno spostamento strutturale del carico fiscale dal lavoro ed imprese alle rendite. Con l’incremento dell’IVA dal 21 al 23% si trasferisce diversamente la tassazione sulla domanda, sui consumi e sui redditi medio-bassi, poco bene. Portare a 1000 euro la soglia per i pagamenti in contanti significa far passare tra le maglie della tracciabilità dei pagamenti il 90% dell’economia sommersa del nostro Paese. insomma, nulla di fatto. Anticipare l’applicazione dell’IMU e i meccanismi di progressività introdotti sono invece positivi, anche se risulta poco convincente e troppo bassa l’esenzione stabilita per la prima casa(si poteva equiparare almeno a quella già prevista dal Governo Prodi). I tagli ai costi della politica sono poco significativi. L’unico provvedimento interessante è l’abolizione delle Giunte provinciale che, in attesa di una riforma costituzionale, mi sembra un passo deciso verso l’abolizione delle Province. Sulle pensioni di anzianità le scelte del Governo Monti sarebbero state ineccepibili se non ci fosse stato l’inopportuno innalzamento degli anni di contribuzioni per uomini e donne. Infine, lo scudo fiscale. Si è scelto d’intervenire (ottimo), ma non si capisce il timore mostrato dal Governo Monti di far pagare ai capitali scudati solo un ulteriore misero 1,5%.

il Rigore c’è.
Monti è credibile e la manovra da 20 miliardi netti è solida nei numeri. I mercati reagiscono bene e lo spread dei titoli italiani con i bund tedeschi scende sotto quota 400. Inizia la risalita, ma la strada per salvare l’italia e l’Eurozona è lunga e nel 2012 è in arrivo anche una nuova recessione economica.