Jobs Act. Titoli ottimi, svolgimento pessimo (per ora)

 JobSe l’obiettivo è combattere la precarizzazione del mercato del lavoro, il Decreto Legge è tutto sbagliato. Da rifare, da zero. Annunciare una cosa e fare il suo perfetto contrario è uno sport nazionale, che nella politica italiana è praticato da sempre. Ci risiamo? Pare proprio di si. Il Jobs Act doveva avere altri obiettivi, stimolare l’innovazione, gli investimenti, la formazione professionale, la produttività del lavoro, la crescita. I titoli erano quelli giusti, si intravedevano interventi per la ripresa della domanda di lavoro, che è la vera e unica priorità nel nostro Paese. E invece?  Titoli ottimi, svolgimento pessimo (per ora).

Se lo chiami Jobs Act per darti un tono, va bene. Il lavoro in Italia con una deregulation dei contratti a termine e con un ritorno all’indietro su contratti di apprendistato:  non lo rilanci, lo deprimi ancor più.

Se per decreto rendi possibile lo spezzatino di un contratto a tempo determinato, perché apri alla possibilità di rinnovare fino a otto volte in tre anni questi contratti cosa pensi di ottenere oltre a nuova precarietà e zero nuova occupazione?

Se per decreto nei contratti di apprendistato elimini sia l’obbligo di garantire formazione al lavoratore, sia quello di assumere a tempo determinato una percentuale di apprendisti  (almeno il 20%) hai deciso di svuotare il senso di questa forma contrattuale e cancellare una delle pochissime innovazioni positive introdotte dal Ministro Fornero.

Il verso non cambia, ma almeno proviamo a uscire dalla bolla (o balla)  neoliberista che per fare punti di PIL bisogna a getto continuo peggiorare le condizioni e i diritti dei lavoratori. I dati sono chiari, oggettivi, inconfutabili, e ci dicono che la visione neoliberista del mercato del lavoro  ha fallito in Europa, producendo disoccupazione e decrescita infelice. L’Italia continuerà a declinare come economia fino a quando non entrerà nelle “capocce” dei politici italiani, che la precarizzazione del lavoro e della vita degli italiani non produce ricchezza e crescita economica, ma solo nuova povertà e ingiustizia sociale.  La precarizzazione strisciante del lavoro in questi ultimi 10-15 anni è stato un formidabile virus che ha disincentivato l’innovazione, la qualità delle nostre produzioni, la produttività del nostro sistema industriale. Un lavoratore precario è un lavoratore su cui l’impresa difficilmente investe in formazione, un investimento per definizione ha un ritorno economico differito nel tempo e se sei un precario sei spesso fuori gioco. E se la precarietà è davvero la condizione a cui far tendere strutturalmente tutti i rapporti di lavoro, a essere messo fuori gioco,  in Italia, sarà il valore del lavoro e l’economia nazionale nel suo complesso.

 

Annunci

Disoccupazione Giovani al 35%. La Riforma Fornero del Lavoro aggraverà crisi e fiducia, fermiamola.

Nell’ultimo mese si sono persi 38.000 posti di lavoro, il tasso di disoccupazione è al 10,2%. Giovani senza lavoro sono il 35%, un livello che rappresenta lo status quo di un Paese con un economia in picchiata, un sistema produttivo in crisi profonda e  imprese che non investono più per sfiducia nel futuro. Pressione fiscale alle stelle, tasso di fiducia dei consumatori, famiglie e imprese ai minimi storici, siamo quasi a un punto di non ritorno. Se non riparte l’economia, i sacrifici richiesti dal Governo Monti non saranno serviti a nulla e l’Italia ritornerà a rischio default in pochi mesi. Le politiche fiscali e le riforme da fare dovranno essere improntate su criteri di equità e giustizia sociale,  altrimenti saranno insostenibili e produrranno effetti negativi su crescita economica e coesione sociale del nostro Paese. Per fare un esempio, la Riforma del Lavoro del Ministro Fornero è una riforma che andrebbe fermata, subito. Sono altre le criticità del nostro mondo del lavoro. Non possiamo permetterci di dare priorità a una  mini-riforma che non produce effetti positivi sulla crescita e non risolve il dualismo del nostro mercato del lavoro. In questo momento, in cui il lavoro è sempre più scarso e la fiducia nel futuro tende a zero, sarebbe grave e sbagliato approvare riforme capaci solo di introdurre nuovi elementi di preoccupazione per i lavoratori italiani che, vivono già, tra cronici e congiunturali livelli insopportabili di precarietà.

Senza Stipendio e Pensione

Si tratta di uno scivolone politico e sociale del Governo, al quale va posto rimedio subito. Parliamo degli “esodati”, ovvero una centinaia di migliaia di lavoratori rimasti privi sia della copertura degli ammortizzatori sociali che della pensione a seguito del Decreto Salva-Italia. Una fregatura ingiusta, da repubblica delle banane. Le rassicurazioni della Fornero sono importanti, ma l’iniziativa parlamentare del partito democratico è fondamentale per garantire che sia concretamente posto rimedio in tempi certi a questa indecenza sociale e che siano stanziate le risorse economiche adeguate.

Il Lavoro prima di tutto.

I testi per ora circolati delineano una Riforma del Mercato del lavoro confusa e insostenibile. Il Governo Monti pare solo proteso a rassicurare i mercati internazionali con una proposta di riforma a costo zero (o quasi) e che punta quasi tutto sulla cancellazione del presunto tabù dell’Art. 18. Come se impedire che un lavoratore venga licenziato senza giusta causa, fosse un segno di arretratezza economica e non invece una positiva conquista di civiltà a difesa della dignità del lavoro. La riforma è sicuramente ampia nei titoli e sembra occuparsi di tutte le disfunzioni strutturali del nostro mercato del lavoro: ingresso nel mercato del lavoro, riforma degli ammortizzatori sociali e dualismo fra lavoratori protetti e precari. Nella riforma si affrontano tutti questi temi, ma in realtà le proposte sono deboli e introducono, in momento di crisi economica, costi per le imprese difficili da sostenere e che rischiano peraltro di essere ribaltati su salari e stipendi dei lavoratori. Insomma, la riforma va cambiata profondamente, in parlamento. Il PD non può accettare una riforma che peggiora le condizioni generali del lavoro nel nostro Paese e in cui l’unica vera nota positiva è quella di aver raccolto la nostra proposta di rendere meno conveniente il lavoro precario rispetto al lavoro stabile. Poco, anzi niente che può convincere il PD ad accettare questa riforma. Spero che il PD resti unito a sostengno del nostro segretario Bersani in questo difficile e complicato passaggio politico.

Art.18, come funziona il modello tedesco

Interessante articolo che descrive la disciplina dei licenziamenti in Germania. Da leggere, direi.

In Germania il licenziamento di un lavoratore di un’azienda con più di 10 dipendenti è stato regolamentato il 1 gennaio 2004 con una legge del governo rosso-verde di Gerhard Schroeder. Le cause che possono condurre un lavoratore alla perdita del posto di lavoro sono di tre tipi: comportamento manchevole, motivi personali e necessità aziendali.
IL CASO DI COMPORTAMENTO MANCHEVOLE – Si verifica quando un lavoratore compie atti nocivi all’azienda, come il furto, le ripetute assenze o i ritardi ingiustificati, ma anche l’assunzione di droghe o l’abuso di alcol, mentre recentemente si è aggiunto anche l’uso del telefono aziendale per motivi privati e l’accesso ugualmente privato ad internet. Prima di procedere al licenziamento, però, il datore di lavoro deve inviare una diffida scritta al proprio dipendente per il suo comportamento riprovevole. Solo in caso di recidiva può dunque scattare il licenziamento.

MOTIVI PERSONALI – Tra le ragioni personali che possono indurre un datore di lavoro a privarsi della collaborazione di un dipendente figurano quasi sempre ragioni di natura familiare, come le lunghe assenze dal lavoro causate da malattia oppure da altre ragioni private. In questi due casi di licenziamento il lavoratore può ricorrere ad un tribunale, che però in presenza di prove incontrovertibili da parte dell’azienda conferma quasi sempre il licenziamento. In casi di difficile accertamento delle responsabilità il giudice invita le parti a trovare un accomodamento, che si conclude sempre con un versamento di una “una tantum” da parte dell’azienda da stabilire caso per caso.

MOTIVI ECONOMICI – Il terzo motivo di licenziamento riguarda la necessità economica dell’azienda di disfarsi di una parte del personale, sia per il cattivo andamento degli affari, sia per la chiusura definitiva o per la delocalizzazione. Quando si tratta di licenziare una parte del personale per ragioni economiche, un datore di lavoro deve rispettare norme molto rigide nella scelta di chi disfarsi, tenendo conto di criteri quali la durata di appartenenza del lavoratore all’azienda, la sue età, gli obblighi sociali di mantenimento dei familiari e l’eventuale grado di disabilità. In caso di licenziamento per ragioni economiche all’addetto che perde il posto di lavoro viene versata una buonuscita corrispondente a mezza mensilità per ogni anno di appartenenza all’azienda, che deve essere però soggetta a prelievo fiscale…. Continua la lettura su Quotidiano.net

 

 

 

 

Tanto rigore, poca equità e niente crescita

Partiamo dalla Crescita. Tre le principali misure: Deducibilità dell’IRAP, Rifinanziamento Confidi per le piccole imprese e Liberalizzazioni vendita farmaci di fascia “C”. Nessuna liberalizzazione importante, rinviata anche la riforma degli ordini professionali. I Confidi per le piccole imprese non andavano solo rifinanziati, ma riorganizzati e razionalizzati. Il numero dei confidi è ancora ridondante ed eccessivo. Sono troppi e troppo piccoli, se si pensa che più di un 1/4 di tali organismi ha un solo dipendente. Mi sarei aspettato un intervento per favorirne l’aggregazione che prevedesse, per esempio, un aumento della soglia minima del patrimonio richiesto. Per la crescita c’è davvero poco, anzi quasi nulla.

Capitolo Equità. Senza una stretta seria sull’evasione fiscale e una patrimoniale vera non è possibile ipotizzare uno spostamento strutturale del carico fiscale dal lavoro ed imprese alle rendite. Con l’incremento dell’IVA dal 21 al 23% si trasferisce diversamente la tassazione sulla domanda, sui consumi e sui redditi medio-bassi, poco bene. Portare a 1000 euro la soglia per i pagamenti in contanti significa far passare tra le maglie della tracciabilità dei pagamenti il 90% dell’economia sommersa del nostro Paese. insomma, nulla di fatto. Anticipare l’applicazione dell’IMU e i meccanismi di progressività introdotti sono invece positivi, anche se risulta poco convincente e troppo bassa l’esenzione stabilita per la prima casa(si poteva equiparare almeno a quella già prevista dal Governo Prodi). I tagli ai costi della politica sono poco significativi. L’unico provvedimento interessante è l’abolizione delle Giunte provinciale che, in attesa di una riforma costituzionale, mi sembra un passo deciso verso l’abolizione delle Province. Sulle pensioni di anzianità le scelte del Governo Monti sarebbero state ineccepibili se non ci fosse stato l’inopportuno innalzamento degli anni di contribuzioni per uomini e donne. Infine, lo scudo fiscale. Si è scelto d’intervenire (ottimo), ma non si capisce il timore mostrato dal Governo Monti di far pagare ai capitali scudati solo un ulteriore misero 1,5%.

il Rigore c’è.
Monti è credibile e la manovra da 20 miliardi netti è solida nei numeri. I mercati reagiscono bene e lo spread dei titoli italiani con i bund tedeschi scende sotto quota 400. Inizia la risalita, ma la strada per salvare l’italia e l’Eurozona è lunga e nel 2012 è in arrivo anche una nuova recessione economica.