Debiti pubblici, chi paga?

politici-cittadini-bancaLa ristrutturazione dei debiti pubblici sarà la discussione più importante dei prossimi 50 anni per l’occidente, per le principali economie del mondo. Gli Stati Uniti e tutte le economie del mondo in crescita con intelligenza e keynesianamente continuano a indebitarsi per fare investimenti e finanziare l’innovazione. La Germania ha deciso invece unilateralmente d’imporre in Europa una politica di rigore e rientro dal debito insostenibile, che ha trasformato l’UE nell’area economica più grande e depressa del mondo. La discussione del debito è poi impostata in maniera sbagliata, perché parziale. Si parla solo di tempi di rientro rispetto a un livello d’indebitamento fissato su una percentuale di rapporto con il PIL (60%, mi pare), per altro del tutto empirica come spesso accade per i parametri europei. Quello che manca alla discussione del debito è “IL CHI PAGA”, ovvero se questo debito (presto o tardi) devono pagarlo esclusivamente i cittadini, oppure possono e devono pagarlo anche le istituzioni finanziarie che speculandoci hanno guadagnato ed al tempo stesso moltiplicato il debito pubblico di un Paese. Questo è il punto, ineludibile. Parliamone, perché ci riguarda e tanto.

Comprare BOT e BTP conviene?

Partiamo dai numeri. Circa 15.000 euro per ogni italiano. È quanto, compreso i neonati, costerebbe pro-capite agli italiani rispondere all’appello del Sig. Melani di: “ricomprare la totalità dei titoli di debito pubblico ora nelle mani degli investitori esteri”. Uno sforzo encomiabile quello proposto da Melani nei giorni scorsi dalle pagine a pagamento del Corriere della Sera, ma la domanda è: serve davvero italianizzare il debito pubblico per salvare il Paese dalla bancarotta? Per valutare la bontà di tale azione di patriottismo economico bisogna però ricordare 2 aspetti fondamentali. Il primo, chi sono i possessori dei titoli di stato. Secondo i dati della Banca d’Italia (maggio 2011) dei 1900 miliardi di euro (di cui si compone il nostro debito pubblico) solo il 13% è detenuto dai risparmiatori italiani, invece il restante 87% è diviso equamente tra le nostre banche e gli investitori esteri. Il secondo, il funzionamento del mercato secondario dei titoli di stato. Quando s’immette un ordine di acquisto nei mercati elettronici è quasi impossibile porre vincoli sull’identità del venditore. Insomma, gli italiani non possono scegliere da chi acquistare BOT e BTP. Il rischio è che le famiglie italiane possono finire per comprare tutti i titoli di debito pubblico detenuti dalle nostre banche, senza alterare l’esposizione estera dell’Italia. Dunque l’italianizzazione del debito è difficile e lo sforzo richiesto alle famiglie italiane rischia di essere poco utile al Paese. Però se cambiamo prospettiva, passando da una collettiva a una individuale, le cose cambiano. Le recenti positive evoluzioni, che vedono il trapasso politico di Berlusconi e il quasi certo Governo Monti, mi spingono a dire che il default dell’Italia è ormai un rischio assai più remoto. Dunque, consiglio di comprarli. Sono un ottimo investimento, i titoli di debito pubblico italiani. Lo dico non per patriottismo economico, ma perché reputo che siano un buon investimento BTP, BOT, ect. Come direbbero gli analisti mostrano un favorevole rapporto rischio-rendimento. Insomma, compriamoci il nostro debito perché conviene. E se volete essere sicuri di non fare un favore alle banche italiane, comprate titoli di stato di cosiddetta “prima emissione” tra qualche mese.

L’Europa non potrà salvarci, Il nostro debito pubblico è troppo grande

Lo scrive l’Economist (vedi articolo). A differenza di Grecia, Irlanda , Portogallo e anche della Spagna, l’Italia in caso di default è quasi certamente troppo grande per essere salvata, il suo indebitamento è di 1.800 miliardi di euro (2.600 miliardi dollari) e non è paragonabile in termini assoluti a nessun altro paese della moneta unica. Anche se una percentuale molto alta del suo debito è nelle mani degli italiani, gli stranieri continuano a detenere titoli di stato per un valore circa 700 miliardi di euro. Sempre l’Economist evidenzia come la crisi economica del Sud Europa si stia rivelando letale per i leader politici della zona. Nel mese di marzo José Sócrates, si è dimesso. Poco dopo il suo omologo spagnolo, José Luis Rodríguez Zapatero, ha annunciato la sua intenzione di dimettersi. Nel mese di giugno George Papandreou, primo ministro della Grecia, rischiò la sfiducia nel corso dell’aspro dibattito parlamentare sul pacchetto austerità. Durante il suo discorso al parlamento Berlusconi ha invece rassicurato il mondo che rimarrà in carica fino al 2013. Eppure, sottolinea ancora l’Economist, è ampiamente dimostrato che egli sia parte del problema.