Con paralisi ARPA Lazio ambiente senza tutele.

La Giunta Polverini nuoce gravemente alla salute dei cittadini del Lazio. Dopo aver affossato il diritto alla salute dei cittadini del Lazio con un piano sanitario scellerato e insostenibile è passata all’attacco  dell’ARPA Lazio. Sono già 20 i lavoratori  lasciati a casa ed entro la fine dell’anno sono a rischio altri 100 lavoratori con contratti a tempo determinato.  Oggi,  5 giugno, giornata mondiale dell’Ambiente, mi sembrava giusto e doveroso ricordare che nella mia Regione, causa inerzia assoluta della Giunta Polverini, l’agenzia regionale preposta  ai controlli ambientali a tutela della salute dei cittadini del Lazio è a rischia paralisi.

I lavoratori dell’Arpa Lazio sono dal 1° giugno in stato di agitazione e come reso noto in un comunicato stampa a firma Sindacati Confederali  e RSU Lavoratori,  l’Ente con un taglio alla forza lavoro così ingiustificato e drastico non sarà più in grado di assolvere ai suoi compiti istituzionali come il monitoraggio della qualità dell’aria (centraline), i controlli sulla balneabilità delle acque marine e lacustri, i controlli sulle discariche, i controlli sugli agenti fisici (Campi Elettromagnetici, radiazioni ionizzanti, rumore, vibrazioni ecc.). Insomma, nel Lazio, l’ambiente più che tutelato viene abbandonato dalla Polverini.  Le politiche ambientali della Regione Lazio con la Giunta Polverini sono sempre più ridotte a mera identificazione di località in cui collocare nuove discariche e null’altro.

Da parte mia sono solidale con i lavoratori dell’ARPA e sono anche sicuro che Il Segretario Gasbarra, i nostri rappresentanti in Regione e tutto il PD Lazio continueranno a essere al fianco di lavoratori e cittadini della nostra Regione per sostenere una positiva soluzione del caso.

Disoccupazione Giovani al 35%. La Riforma Fornero del Lavoro aggraverà crisi e fiducia, fermiamola.

Nell’ultimo mese si sono persi 38.000 posti di lavoro, il tasso di disoccupazione è al 10,2%. Giovani senza lavoro sono il 35%, un livello che rappresenta lo status quo di un Paese con un economia in picchiata, un sistema produttivo in crisi profonda e  imprese che non investono più per sfiducia nel futuro. Pressione fiscale alle stelle, tasso di fiducia dei consumatori, famiglie e imprese ai minimi storici, siamo quasi a un punto di non ritorno. Se non riparte l’economia, i sacrifici richiesti dal Governo Monti non saranno serviti a nulla e l’Italia ritornerà a rischio default in pochi mesi. Le politiche fiscali e le riforme da fare dovranno essere improntate su criteri di equità e giustizia sociale,  altrimenti saranno insostenibili e produrranno effetti negativi su crescita economica e coesione sociale del nostro Paese. Per fare un esempio, la Riforma del Lavoro del Ministro Fornero è una riforma che andrebbe fermata, subito. Sono altre le criticità del nostro mondo del lavoro. Non possiamo permetterci di dare priorità a una  mini-riforma che non produce effetti positivi sulla crescita e non risolve il dualismo del nostro mercato del lavoro. In questo momento, in cui il lavoro è sempre più scarso e la fiducia nel futuro tende a zero, sarebbe grave e sbagliato approvare riforme capaci solo di introdurre nuovi elementi di preoccupazione per i lavoratori italiani che, vivono già, tra cronici e congiunturali livelli insopportabili di precarietà.

Il Lavoro prima di tutto.

I testi per ora circolati delineano una Riforma del Mercato del lavoro confusa e insostenibile. Il Governo Monti pare solo proteso a rassicurare i mercati internazionali con una proposta di riforma a costo zero (o quasi) e che punta quasi tutto sulla cancellazione del presunto tabù dell’Art. 18. Come se impedire che un lavoratore venga licenziato senza giusta causa, fosse un segno di arretratezza economica e non invece una positiva conquista di civiltà a difesa della dignità del lavoro. La riforma è sicuramente ampia nei titoli e sembra occuparsi di tutte le disfunzioni strutturali del nostro mercato del lavoro: ingresso nel mercato del lavoro, riforma degli ammortizzatori sociali e dualismo fra lavoratori protetti e precari. Nella riforma si affrontano tutti questi temi, ma in realtà le proposte sono deboli e introducono, in momento di crisi economica, costi per le imprese difficili da sostenere e che rischiano peraltro di essere ribaltati su salari e stipendi dei lavoratori. Insomma, la riforma va cambiata profondamente, in parlamento. Il PD non può accettare una riforma che peggiora le condizioni generali del lavoro nel nostro Paese e in cui l’unica vera nota positiva è quella di aver raccolto la nostra proposta di rendere meno conveniente il lavoro precario rispetto al lavoro stabile. Poco, anzi niente che può convincere il PD ad accettare questa riforma. Spero che il PD resti unito a sostengno del nostro segretario Bersani in questo difficile e complicato passaggio politico.

Art.18, come funziona il modello tedesco

Interessante articolo che descrive la disciplina dei licenziamenti in Germania. Da leggere, direi.

In Germania il licenziamento di un lavoratore di un’azienda con più di 10 dipendenti è stato regolamentato il 1 gennaio 2004 con una legge del governo rosso-verde di Gerhard Schroeder. Le cause che possono condurre un lavoratore alla perdita del posto di lavoro sono di tre tipi: comportamento manchevole, motivi personali e necessità aziendali.
IL CASO DI COMPORTAMENTO MANCHEVOLE – Si verifica quando un lavoratore compie atti nocivi all’azienda, come il furto, le ripetute assenze o i ritardi ingiustificati, ma anche l’assunzione di droghe o l’abuso di alcol, mentre recentemente si è aggiunto anche l’uso del telefono aziendale per motivi privati e l’accesso ugualmente privato ad internet. Prima di procedere al licenziamento, però, il datore di lavoro deve inviare una diffida scritta al proprio dipendente per il suo comportamento riprovevole. Solo in caso di recidiva può dunque scattare il licenziamento.

MOTIVI PERSONALI – Tra le ragioni personali che possono indurre un datore di lavoro a privarsi della collaborazione di un dipendente figurano quasi sempre ragioni di natura familiare, come le lunghe assenze dal lavoro causate da malattia oppure da altre ragioni private. In questi due casi di licenziamento il lavoratore può ricorrere ad un tribunale, che però in presenza di prove incontrovertibili da parte dell’azienda conferma quasi sempre il licenziamento. In casi di difficile accertamento delle responsabilità il giudice invita le parti a trovare un accomodamento, che si conclude sempre con un versamento di una “una tantum” da parte dell’azienda da stabilire caso per caso.

MOTIVI ECONOMICI – Il terzo motivo di licenziamento riguarda la necessità economica dell’azienda di disfarsi di una parte del personale, sia per il cattivo andamento degli affari, sia per la chiusura definitiva o per la delocalizzazione. Quando si tratta di licenziare una parte del personale per ragioni economiche, un datore di lavoro deve rispettare norme molto rigide nella scelta di chi disfarsi, tenendo conto di criteri quali la durata di appartenenza del lavoratore all’azienda, la sue età, gli obblighi sociali di mantenimento dei familiari e l’eventuale grado di disabilità. In caso di licenziamento per ragioni economiche all’addetto che perde il posto di lavoro viene versata una buonuscita corrispondente a mezza mensilità per ogni anno di appartenenza all’azienda, che deve essere però soggetta a prelievo fiscale…. Continua la lettura su Quotidiano.net

 

 

 

 

Proposte Contrasto Disoccupazione Giovanile, 2 Sostenitori Illustri

Avevo avanzato dalle pagine del mio Blog un qualcosa di molto simile alla proposta lanciata oggi dalle pagine del Corriere della Sera dagli illustri economisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi. Per provare ad intervenire sulla piaga della disoccupazione giovanile, anche Alesina e Giavazzi condividono, e lo dico con una certa soddisfazione personale, l’idea di mettere insieme Contratto Unico di Lavoro (formula di Tito Boeri) con meccanismi di detassazione per i lavoratori più giovani. Ne dubito, ma speriamo che almeno loro possano essere ascoltati dal Governo Berlusconi.

Gial – B.go S. Michele (LT), un Ordinario Caso di Lavoro Precario dimenticato dalla Sindacalista Polverini

La Gial e’ (era) un’azienda che produce(va) Marrons-glacè e frutta candita. L’azienda fino a gennaio di quest’anno aveva uno stabilimento in Provincia di Latina a B.go S. Michele (LT). Il sito industriale era caratterizzato da una forte stagionalità produttiva e occupava 27 lavoratori a tempo indeterminato e quasi 100 lavoratori stagionali per 5-6 mesi l’anno.
Lo stabilimento chiude i battenti e quasi 130 lavoratori rimangono senza lavoro. Per i 27 lavoratori a tempo indeterminato arriva la CIGS ordinaria, per i 100 lavoratori stagionali la Giunta Polverini nega l’attivazione della cassa integrazione in deroga.
Gli ammortizzatori andrebbero riformati, il mercato del lavoro anche, l’economia va sicuramente rilanciata, ma i 100 lavoratori della Gial vanno tutelati subito, perché non servono grandi riforme, ma basterebbe solo una politica responsabile.
La Giunta della sindacalista Polverini abbia il coraggio di rendere tutti i lavoratori uguali nel momento del bisogno. Che la precarietà del lavoro non diventi precarietà umana e fonte di diseguaglianze sociali.

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