La destra ritorna a destra, sempre.

E chi l’avrebbe mai detto. Casini torna a casa, con Berlusconi. Con i venti di riforma elettorale che tirano si rischia troppo, il suo isolato accampamento nei palazzi del potere potrebbe non reggere più. Con lui tornerà a casa anche Alfano, Formigoni, il nuovo centrodestra, una formazione politica defunta a tre mesi dalla nascita. La Casa delle Libertà reloaded (20 anni dopo) ritroverà anche altri inquilini storici come i reduci di Alleanza Nazionale (oggi Fratelli d’Italia) e la Lega Nord. Un passato, che non passa mai. Dopo 20 anni di danni al paese, di tradimenti veri o presunti, tornano tutti insieme appassionatamente. Questa accozzaglia evergreen dovrebbe spaventare il PD e il centrosinistra? Si, se il PD continuerà a mediare parole, cambiamenti possibili, inseguire un centro che non c’è mai stato e mai ci sarà. No, se da forza progressista recuperiamo il nostro compito storico di riformare in profondità e radicalmente il nostro Paese.

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Preferenze OK, se introdotte norme su trasparenza e incandidabilità condannati.

Non sono un politologo e né tantomeno un esperto di sistemi elettorali. Ma qualcosina anch’io vorrei dirla sul penoso dibattito politico sulla legge elettorale e soprattutto sull’intransigenza di Casini, espressa in queste ore, in tema di reintroduzione preferenze.  Allora, riduco all’osso il mio ragionamento e provo a mettermi per un attimo nei panni del segretario Bersani.

Casini vuole le preferenze, benissimo. Se fossi Bersani farei un’apertura sulle preferenze subordinandola, però,  a  norme rigidissime su trasparenza spese elettorali candidati e incandidabilità condannati (anche in 1° grado per corruzione, peculato, mafia, ect..). Norme che in realtà andrebbero introdotte, come direbbe Totò, a prescindere.

PDL-UDC: “Porcellum Atto Secondo”

Interessi convergenti. Dopo aver regalato il porcellum agli italiani, si ricompone di nuovo l’asse UDC-PDL in materia elettorale. Sembra che siano riusciti di nuovo a trovare uno strepitoso punto di equilibrio tra i loro personalissimi interessi di bottega. Una legge elettorale che sia in grado di uccidere la governabilità del Paese, ma che al tempo stesso faccia sopravvivere la politica dei due forni dell’UDC e il vecchio Berlusconi. Insomma, una legge elettorale che attenui la sconfitta del Cavalliere che ha portato il Paese sull’orlo del fallimento e che consenta invece a Casini di trasformare un partito del 5% in una forza politica in grado di condizionare il governo del Paese come la DC nella 1° Repubblica. Semplicemente, inaccettabile.

Con Vendola meno Casini

Diciamo la verità, amici e compagni democratici. Un’alleanza con Casini rischia di complicarci la vita e diluire la nostra proposizione progressista su diritti civili e temi eticamente rilevanti. Ma, e dico ma, non drammatizziamo neanche troppo. Dico ciò, per due motivi.
Il primo, non è detto ancora che si faccia questa alleanza con il partito di Casini, come sua consuetudine, Pierferdy, deciderà solo all’ultimo minuto in quale forno infilarsi, che in realtà non sono più due ma tre. Potrà scegliere il nostro forno, quello a lui noto di Berlusconi o decidere di buttarsi nel forno terzopolista.
Il secondo, è l’adesione ufficiale di SEL al centrosinistra e la partecipazione di Vendola alle primarie. Fatto rilevantissimo, che da una parte calcifica e rende irreversibile la deriva populista di Di Pietro (personalmente , per Tonino, non soffro di particolare nostalgia) e dall’altra rafforza ancor di più la piattaforma, i numeri e la componente riformista e progressista del nuovo centrosinistra. Insomma, nel centrosinistra, con dentro Vendola, l’alleanza eventuale con l’UDC sarebbe molto meno condizionante. Un bene, per il PD, Per SEL, per tutto il centrosinistra.

Dal Porcellum al Casinum

Le indiscrezioni giornalistiche delineano un possibile ritorno ad un sistema elettorale proporzionale. Una legge elettorale terzopolista, confusa e pasticciata quel tanto che basta per garantire ingovernabilità e deresponsabilizzazione dei partiti. Dalla bozza d’accordo circolata, i tratti salienti della riforma sembrerebbero l’eliminazione dell’obbligo di coalizione, la permanenza delle liste bloccate e della soglia di sbarramento (4 o 5%) e l’introduzione di un poco precisato diritto di tribuna per i partiti minori. Rimane anche l’indicazione del Premier e ci sarà forse un premio di maggioranza per il partito che avrà più voti, ovviamente insufficiente a garantire al partito più votato di avere la maggioranza dei seggi nei 2 rami del parlamento. Tuttavia, tra le cose più fastidiose emerse nella presunta bozza d’accordo “ABC” c’è sicuramente una strisciante presa in giro per gli elettori, nascosta, grossolanamente, nell’indicazione del candidato Premier da parte dei singoli partiti. Senza obbligo di coalizione e con un premio di maggioranza monco (presunto) si obbligheranno i partiti ad alleanze parlamentari postelettorali per la costituzione del Governo. Insomma, gli italiani rischiano di ritrovarsi Premier il leader del partito che ha raccolto poco più del 4 o 5% dei voti. Un ipotesi di legge elettorale che dovrebbe prendere il nome di Casinum per gli evidenti effetti prodotti alla rappresentanza democratica e perché Casini sarebbe il suo maggior beneficiario. Se queste sono le premesse della nuova legge elettorale, mi verrebbe da dire: teniamoci stretto il porcellum, si salverebbe quantomeno il bipolarismo che, seppur rissoso e claudicante, rimane quel poco di buono prodotto dalla seconda repubblica.

Il Terzo Polo non c’è…

I risultati delle amministrative confermano che la “terza via” nella politica italiana sia ancora molto difficile da percorrere. Il mio navigatore la classificherebbe come una strada non asfaltata, e mi suggerirebbe di evitarla. Fuori metafora, quello di Fini, Casini e Rutelli, e adesso anche di Mastella , potrebbe trasformarsi nell’ennesimo tentativo fallito (si è perso ormai il conto..) di costituzione di un’aggregazione politica capace di sgretolare il bipolarismo nato con la fine della prima repubblica. La posizione ufficiale nei prossimi ballottaggi del Terzo Polo è chiara, non appoggeranno e non si apparenteranno con nessuno, anche perché i loro risultati elettorali, vedi Napoli e Milano, li ha relegati a forza marginale e scegliendo forse si rischia anche di non poter sostenere il cavallo vincente, un disastro.
I sondaggi, e adesso anche il test delle amministrative, dimostrano che nonostante sia controverso, zoppicante e atipico il bipolarismo nel nostro Paese sia ormai entrato nella cultura degli Italiani. Finita la prima repubblica e l’appartenenza alle ideologie del ‘900, gli Italiani hanno accettato un sistema politico semplificato, fatto di coalizioni alternative, centrodestra e centrosinistra.
Casini parlava già molto prima dell’ingresso di Fini di “Grande Centro”, che di grande è parso subito evidente a tutti aveva solo l’aggettivo nel nome. Ma al di là delle etichette e delle importanti new entry di Ceppaloni, all’orizzonte lo spazio politico per il Terzo Polo rischia di ridursi in un interstizio tattico, una proposta politica esclusivamente utile per smarcarsi nel centrodestra dall’attuale egemonia di Berlusconi e per farsi trovare pronti come rappresentanti del nuovo centrodestra nel post-berlusconismo. La linea terzopolista del PD a me, come ad altri dirigenti, non è mai piaciuta, e ora che i tentativi di spallate parlamentari sono falliti e i risultati delle amministrative parlano chiaro, mi aspetterei delle serie riflessioni interne al partito, che portino il PD spero più lontano possibile dal Terzo Polo. Serve meno Terzo Polo e più coraggio. Cresce l’antipolitica e il c.d. “grillismo” perché c’è indignazione negli italiani per un Paese immobile e per una classe politica imbolsita, che pensa solo alla sua autoconservazione. Più che moderazione e alleanze spurie gli italiani chiedono scelte e riforme, e il Partito Democratico è nato proprio per questo, per cambiare l’Italia. Tutto il resto è noia, come direbbe Califano.