Analisi del Voto For Dummies, No Grazie.

appendino-raggi-ape10La favoletta per bambini che sia a Roma che Torino il M5S abbia vinto grazie ai voti della destra denota tutta la pochezza e la miopia politica di chi propone questa lettura for dummies del voto amministrativo. I numeri plebiscitari presi dai 5S nelle periferie (oramai sterminate) di queste due città metropolitane certifica sul piano elettorale l’incapacità della sinistra, del centrosinistra e del centrodestra di essere riconosciuti come soggetti credibili per fornire risposte al disagio sociale che si vive in quei luoghi, dove non si vive più ma si sopravvive, dei nonluoghi dove rassegnazione e disperazione sono cresciuti negli ultimi anni in maniera esponenziale. In queste Città è avvenuta semplicemente una saldatura tra giudizi negativi su due livelli: nazionale e locale. I cittadini di Roma e Torino con il loro voto hanno bocciato senza appello sia le politiche del Governo nazionale che le azioni delle rispettive Amministrazioni Locali, ritenute anche quest’ultime del tutto insufficienti (Roma peggio di Torino, i risultati elettorali confermano) e quindi co-responsabili del peggioramento complessivo della loro qualità della vita.

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Capro espiatorio?

ministro guidiUn emendamento escogitato per deprivare del controllo gli Enti Locali e consentire al Ministero dello Sviluppo Economico, in perfetta solitudine e senza alcuna valutazione ambientale, l’inserimento nelle opere strategiche di tutte le infrastrutture collaterali alla produzione energetica. L’emendamento serviva a mettere fuori gioco Comuni e comunità locali, così da rendere qualsiasi opera soggetta esclusivamente all’autorizzazione del Ministero della Guidi. La Ministra si è dimessa, ma l’emendamento dello scandalo resta. La questione è semplice, se quel cavolo di emendamento non verrà cancellato, la Giudi non rappresenterà solo la cacciata della prima responsabile ma in parte anche il solito e dannatissimo capro espiatorio.

Chi non le produce non le vende, a nessuno.

Renzi e Arabia SauditaSono d’accordo con chi chiede in queste ore di non vendere più armi al Regime Saudita. Sono d’accordo, ma preferirei una misura diversa, non più radicale, ma meno ipocrita e definitiva. Per non vendere più armi in giro per il mondo non dovremmo più costruirle, gli arsenali di tutto il mondo andrebbero svuotati, come chiedeva il Presidente Pertini in un indimenticabile discorso al Paese. Perché, se si continuano a costruire a profusione armi d’assalto, bombe, cacciabombardieri, strumenti di guerra, prima o poi a qualcuno saranno vendute e da altri o dagli stessi usate. La valanga di miliardi che gira attorno al business delle armi è capace di corrompere Stati, persone e alimentare una corruzione mondiale quasi incontrollabile. Questo è semplicemente quello che succede oggi, con il mercato nero delle armi e le triangolazioni tra Paesi, per vederlo basterebbe non fare più gli struzzi e mettere sempre la testa sotto la sabbia. Inizi a dare il buon esempio l’Italia, smettiamola di produrre armi. Subito.

Ius sola

Ius solaEh si, a furia di temperarlo questo ius soli è finito in gran parte nel cestino. Ci dobbiamo accontentare, dicono. A caldo, molti commentatori, come il bravissimo Alessandro Gilioli, si sono concentrati sulle limitazione della nuova legge imposte all’acquisizione della cittadinanza per insufficienza di reddito e non disponibilità di una casa a norma, e hanno ragione, sono sicuramente le storture più serie e dolorose. Personalmente, però, non riesco proprio a spiegarmi, se non per ragioni di stupidità politica e furore ideologico, come si può scrivere in una legge un comma che precluda a un diritto fondamentale per demeriti scolastici. Insomma, se vai male a scuola o vieni bocciato: niente cittadinanza. Una stronzata atomica. I diritti fondamentali non sono mai assoggettabili né a competizione né a merito, almeno funziona così nei Paesi civili ‪#‎sapevatelo‬

Colosseo, politiche che perdono non si cambiano.

colosseo-assemblea1Un’assemblea sindacale di due ore, comunicata nei tempi e nelle modalità previste dalla legge, provoca una polemica mostruosa, quasi incontrollabile. Abbiamo ascoltato parole fuori misura, fuori dal mondo da parte di tanti, a cui va aggiunta l’approvazione istantanea di un decreto legge, che dicono era da tempo tenuto in caldo in un cassetto di Palazzo Chigi.

Che lo Stato, e dico lo Stato, non paghi parte delle retribuzioni dovute a quei lavoratori non fa notizia e tantomeno scandalizza i tanti che, da Palazzo Chigi al Campidoglio, hanno stra-parlato di danno d’immagine internazionale provocato dall’esercizio di un diritto.

Se il patrimonio culturale cade a pezzi, la colpa è sempre dei lavoratori, seguono a ruota sindacati e di chiunque si oppone a un’egemonia neoliberista e una politica di Governo che insiste nel peggiorare le condizioni del lavoro, limitando diritti e costruendo un sistema d’incentivi negativi, per non dire punitivi. Il modello non funziona, crescita dell’economia e soprattutto della produttività del lavoro sono lì a certificarlo (vedi dati Istat). Si cambi registro e politiche del lavoro, e soprattutto si eviti di scaricare sui lavoratori i ritardi delle politiche e degli investimenti in cultura del nostro Paese.

Debiti pubblici, chi paga?

politici-cittadini-bancaLa ristrutturazione dei debiti pubblici sarà la discussione più importante dei prossimi 50 anni per l’occidente, per le principali economie del mondo. Gli Stati Uniti e tutte le economie del mondo in crescita con intelligenza e keynesianamente continuano a indebitarsi per fare investimenti e finanziare l’innovazione. La Germania ha deciso invece unilateralmente d’imporre in Europa una politica di rigore e rientro dal debito insostenibile, che ha trasformato l’UE nell’area economica più grande e depressa del mondo. La discussione del debito è poi impostata in maniera sbagliata, perché parziale. Si parla solo di tempi di rientro rispetto a un livello d’indebitamento fissato su una percentuale di rapporto con il PIL (60%, mi pare), per altro del tutto empirica come spesso accade per i parametri europei. Quello che manca alla discussione del debito è “IL CHI PAGA”, ovvero se questo debito (presto o tardi) devono pagarlo esclusivamente i cittadini, oppure possono e devono pagarlo anche le istituzioni finanziarie che speculandoci hanno guadagnato ed al tempo stesso moltiplicato il debito pubblico di un Paese. Questo è il punto, ineludibile. Parliamone, perché ci riguarda e tanto.

Espertoni del Debito Greco

debito grecoHo letto in giro un treno merci di cavolate sul debito della Grecia. Allora, provo a spiegare a questi scienziati improvvisati della finanza come sono andate davvero le cose. Le banche tedesche e francesi a partire dai primi anni duemila comprarono Titoli di Stato Greci a go-go, motivo semplice: considerati quasi junk bond (titoli spazzatura) dalle agenzie di rating rendevano un interesse alto e crescente. Queste simpatiche banche incassarono negli anni successivi interessi altissimi ogni anno e quota-parte del capitale prestato. Nel 2009 la Grecia era quasi tecnicamente fallita e aveva pure i conti pubblici truccati, come sapete, e l’Europa invece d’intervenire subito decise di traccheggiare qualche anno ancora, prima di decidere finalmente per un piano di salvataggio tardivo, punitivo ed insostenibile sia socialmente che economicamente per la Grecia. Al contrario, il piano di salvataggio europeo per le banche tedesche e francesi fu una vera manna dal cielo, in quanto dopo aver incassato interessi da capogiro rientrarono pure del capitale investito, che gli venne rimborsato quasi totalmente e con soldi pubblici dagli Stati europei. Tutto chiaro? Posso sempre provare coi cartelli, se sfugge ancora qualcosa a questi espertoni di finanza citati in premessa.

Primarie o Balena Bianca?

ok-sezione-andreotti-garbatellaLe primarie non sono il problema, anzi restano l’unica vera innovazione della politica italiana degli ultimi vent’anni. Certo che andrebbero regolate meglio, oppure come sosteneva Bersani messe in sicurezza. Ma intendiamoci, l’unica strada sensata è disciplinarle per legge. Ma forse neppure basterebbe. Perché fin quando le primarie resteranno uno strumento per regolare scontri di potere interni, nessuna legge potrà consegnarle alla sua funzione democratica e autentica di coinvolgimento degli elettori nelle scelte importanti dei partiti italiani.

Più che sulle primarie, comunque, se posso permettermi un consiglio flash al Presidente del Consiglio, cercherei di lavorare su tutto quello che fa assomigliare il PD più alla Democrazia Cristiana che a un partito moderno ed europeo.

Zero Zero Zero

De LucaVincenzo De Luca: “Io credo che Saviano abbia grandi meriti ma anche un grande limite: sta innamorandosi del suo personaggio e della sua immagine. In qualche momento sembra che abbia bisogno di inventarsela, la camorra, anche dove non c’è, altrimenti rimane disoccupato”.

 

Ho un grande rispetto degli elettori campani. Meno, molto meno per chi gli ha consentito di candidarsi. Ma c’è un limite a tutto, anche per personaggetti inquietanti come lui. Le sue parole contro Saviano sono gravi, soprattutto perché forse rappresentano un antipasto di come pensa di affrontare il tema della legalità e lotta alla camorra in Campania.

Non so se sono riuscito a rendere bene l’idea, di quanta stima abbia per il signor De Luca. Zero Zero Zero, come il titolo di un recente libro di Roberto Saviano. Così, tanto per essere ancora più espliciti.

Il Caso Uber, perché l’innovazione non è Pop in Italia.

UberLa Notizia è questa: Milano, giudice conferma il blocco di Uber-pop: Entro oggi disattivi la app

Non è la sentenza del tribunale in sé a intristirmi, il giudice ha sicuramente applicato la contorta ed illiberale legislazione italiana, ma la forza del corporativismo e la resistenza delle rendite di posizione nel nostro Paese. Qualcuno penserà, erroneamente, che sto scrivendo questo post per difendere le Multinazionali Americane e i loro interessi economici.

Non è così, è vero il suo contrario, anzi a me interessa analizzare altri aspetti che la vicenda Uber Pop mette in luce. In particolare due, che mi piacerebbe discutere con voi, lettori del mio piccolo blog.

Il primo aspetto, riguarda le lobby, emblematiche per raccontare la deformazione del concetto di mercato e concorrenza ormai stratificato in Italia. Un mercato senza regole non esiste, ma non esiste neppure se le regole servono a favorire le solite lobby e gli interessi di pochi in danno del consumatore che paga sempre più per prestazioni scadenti (e decadenti) o del cittadino che vorrebbe fossero sempre più accessibili (anche da un punto di vista economico) alcuni servizi primari. E, quello del trasporto, è uno di questi. Il servizio taxi va liberalizzato, servirebbero poche regole a tutela degli utenti finali e pochi milioni di euro per il giusto ristoro di quei tassisti che non hanno ancora recuperato il loro investimento per l’acquisto della licenza.

Il secondo, il soffocamento delle imprese innovative, delle start-up nel nostro Paese. Uber,  come pure Google o Apple, in Italia non sarebbero mai nate. È pacifico affermare ciò, i motivi sono innumerevoli e vanno dal assenza d’incentivi pubblici ben organizzati a un sistema bancario in gigantesco conflitto d’interesse che preferisce, diciamo così, finanziare altre iniziative imprenditoriali. In questo mare magnum di ostacoli, uno sarebbe stato sicuramente il quadro normativo della nostra economia, che disciplina i nostri mercati e sembra assemblato (scientificamente) per soffocare qualsiasi forma d’innovazione, bloccare nuovi servizi, rallentare lo sviluppo di nuove tecnologie. Taglio corto, la finisco qui, ma vi lascio con una suggestione. Provate a immaginare per un secondo se al posto di Travis Kalanick e Garrett Camp fondatori di Uber nel 2009 a San Francisco, ci fossero stati Antonio Rossi e Antonio Verdi di Roma, cosa sarebbe successo? Probabilmente che la loro idea, nell’ipotesi migliore, sarebbe stata stroncata sul nascere a colpi di esposti e richieste di risarcimento milionarie.