Colosseo, politiche che perdono non si cambiano.

colosseo-assemblea1Un’assemblea sindacale di due ore, comunicata nei tempi e nelle modalità previste dalla legge, provoca una polemica mostruosa, quasi incontrollabile. Abbiamo ascoltato parole fuori misura, fuori dal mondo da parte di tanti, a cui va aggiunta l’approvazione istantanea di un decreto legge, che dicono era da tempo tenuto in caldo in un cassetto di Palazzo Chigi.

Che lo Stato, e dico lo Stato, non paghi parte delle retribuzioni dovute a quei lavoratori non fa notizia e tantomeno scandalizza i tanti che, da Palazzo Chigi al Campidoglio, hanno stra-parlato di danno d’immagine internazionale provocato dall’esercizio di un diritto.

Se il patrimonio culturale cade a pezzi, la colpa è sempre dei lavoratori, seguono a ruota sindacati e di chiunque si oppone a un’egemonia neoliberista e una politica di Governo che insiste nel peggiorare le condizioni del lavoro, limitando diritti e costruendo un sistema d’incentivi negativi, per non dire punitivi. Il modello non funziona, crescita dell’economia e soprattutto della produttività del lavoro sono lì a certificarlo (vedi dati Istat). Si cambi registro e politiche del lavoro, e soprattutto si eviti di scaricare sui lavoratori i ritardi delle politiche e degli investimenti in cultura del nostro Paese.

Meno Assistenzialismo e Più Reddito Minimo Garantito

Matteo RenziScambiare il reddito minimo garantito per assistenzialismo, definendolo pure incostituzionale è il massimo, è scavare il fondo così tanto da far impallidire la propaganda di destra nel nostro Paese. Addirittura anche Alfano potrebbe prendere le distanze da un linea così estrema, da destra Thatcheriana.

Qualche precisazione ulteriore, vorrei farla però sul reddito minimo garantito (o di autonomia). Prima di tutto, per dire che è una cosa molto diversa dal reddito di cittadinanza. In due parole,  provo a spiegarlo, perché mi preme dare il mio piccolo contributo alla riduzione dell’entropia generata da troppi neologismi in circolazione da troppi mesi sull’argomento.

Il reddito di cittadinanza è indifferente alle condizioni lavorative e di reddito del cittadino, lo percepirebbero tutti, e di conseguenza avrebbe un costo altissimo per il bilancio pubblico. Il reddito minimo garantito è invece selettivo, guarda al reddito e alle condizioni materiali (es. di non lavoro involontario), ha un costo più contenuto e potrebbe incorporare e coordinare gli altri sussidi esistenti. E’ l’interpretazione autentica, e sarebbe la messa in pratica dell’articolo 38 della nostra costituzione. Ad essere incostituzionali sono quindi le dichiarazioni di Renzi, che si infrangono contro un principio contenuto nella prima parte della nostra Costituzione.

Il reddito minimo garantito è uno strumento moderno per abbattere disuguaglianze anche nelle protezioni sociali, per garantire tutti i lavoratori nel reddito, nella formazione lavorativa e nei periodi di disoccupazione involontaria. Oggi non è così, il sostegno da noi (ormai unico Paese nell’UE, insieme alla Grecia) non è universale e si basa su strumenti obsoleti con stanziamenti del tutto insufficiente a coprire le reali esigenze del Paese.

Caro Matteo, Il vero e unico assistenzialismo è praticato da chi non vuole rendere universali alcuni diritti e continua a erogare a pioggia incentivi a tutte le imprese, mettendo insieme le imprese sane con quelle decotte, quelle che innovano con quelle che speculano sul costo del lavoro, quelle marginali con quelle internazionalizzate o che operano in mercati concorrenziali.

Libera liquidazione in libero Stato.

TFR: ECCO DOVE FINISCE - (infografica)Manca ancora il testo della proposta sul TFR e la discussione ha già preso una piega da stadio. Vorrei una discussione più laica. Non è una riforma strutturale, certo. Potrebbe aprire problemi di liquidità per le PMI, verissimo. Per la mia generazione che salta da un contratto precario all’altro, da un’impresa all’altra, la liquidazione ha perso quasi completamente il suo senso di assicurazione economica, da aggiungere alla pensione. Sono soldi dei lavoratori e per questo non ho preclusioni se si aprisse una possibilità di maggiore libertà nella sua destinazione. Metterlo in busta paga? Lasciarlo tutto in azienda? Destinarlo alla previdenza integrativa? Offrirlo in garanzia per la cessione del quinto? Metterlo come anticipo per l’acquisto di una casa? Comprarci quote o azioni dell’impresa per cui si lavora? Insomma, che ogni lavoratore possa scegliere cosa farci del proprio TFR, non mi pare una tragedia, anzi. Comunque, parliamone.

Ah, dimenticavo. Per quanto riguarda il problema del trattamento fiscale, la penso uguale-uguale a Landini: “Oggi ha una tassazione inferiore a quella del salario, quindi, sarebbe una stronzata tassare diversamente il Tfr, adeguandolo all’aliquota del reddito”

TFR, due banalità.

tfrIl salario differito (alias TFR, alias liquidazione) è stato introdotto durante il periodo fascista. L’idea di metterlo in busta paga non è nuova, ma circola dagli anni ’90. Due considerazioni, semplici, banali. La prima, come già fatto notare da più parti, bisogna risolvere il problema della liquidità per le piccole imprese, il TFR per loro è una fonte di autofinanziamento, impropria, ma importante. La seconda, che il TFR sono soldi dei lavoratori e se si decidesse di intervenire davvero, bisogna far scegliere al lavoratore, se vuole oppure no in busta paga il 50% del suo salario differito.

Jobs Act. Titoli ottimi, svolgimento pessimo (per ora)

 JobSe l’obiettivo è combattere la precarizzazione del mercato del lavoro, il Decreto Legge è tutto sbagliato. Da rifare, da zero. Annunciare una cosa e fare il suo perfetto contrario è uno sport nazionale, che nella politica italiana è praticato da sempre. Ci risiamo? Pare proprio di si. Il Jobs Act doveva avere altri obiettivi, stimolare l’innovazione, gli investimenti, la formazione professionale, la produttività del lavoro, la crescita. I titoli erano quelli giusti, si intravedevano interventi per la ripresa della domanda di lavoro, che è la vera e unica priorità nel nostro Paese. E invece?  Titoli ottimi, svolgimento pessimo (per ora).

Se lo chiami Jobs Act per darti un tono, va bene. Il lavoro in Italia con una deregulation dei contratti a termine e con un ritorno all’indietro su contratti di apprendistato:  non lo rilanci, lo deprimi ancor più.

Se per decreto rendi possibile lo spezzatino di un contratto a tempo determinato, perché apri alla possibilità di rinnovare fino a otto volte in tre anni questi contratti cosa pensi di ottenere oltre a nuova precarietà e zero nuova occupazione?

Se per decreto nei contratti di apprendistato elimini sia l’obbligo di garantire formazione al lavoratore, sia quello di assumere a tempo determinato una percentuale di apprendisti  (almeno il 20%) hai deciso di svuotare il senso di questa forma contrattuale e cancellare una delle pochissime innovazioni positive introdotte dal Ministro Fornero.

Il verso non cambia, ma almeno proviamo a uscire dalla bolla (o balla)  neoliberista che per fare punti di PIL bisogna a getto continuo peggiorare le condizioni e i diritti dei lavoratori. I dati sono chiari, oggettivi, inconfutabili, e ci dicono che la visione neoliberista del mercato del lavoro  ha fallito in Europa, producendo disoccupazione e decrescita infelice. L’Italia continuerà a declinare come economia fino a quando non entrerà nelle “capocce” dei politici italiani, che la precarizzazione del lavoro e della vita degli italiani non produce ricchezza e crescita economica, ma solo nuova povertà e ingiustizia sociale.  La precarizzazione strisciante del lavoro in questi ultimi 10-15 anni è stato un formidabile virus che ha disincentivato l’innovazione, la qualità delle nostre produzioni, la produttività del nostro sistema industriale. Un lavoratore precario è un lavoratore su cui l’impresa difficilmente investe in formazione, un investimento per definizione ha un ritorno economico differito nel tempo e se sei un precario sei spesso fuori gioco. E se la precarietà è davvero la condizione a cui far tendere strutturalmente tutti i rapporti di lavoro, a essere messo fuori gioco,  in Italia, sarà il valore del lavoro e l’economia nazionale nel suo complesso.

 

Suicidi per povertà e vergogna

povertàIn questa Italia si muore suicidi per povertà e vergogna. La politica deve preoccuparsi di questo e in fretta. Civitanova è una tragedia figlia della crisi, di politiche miopi, ma anche di un welfare definanziato e obsoleto, che lascia solo chi rimane indietro. Un welfare non più in grado di affrontare le nuove forme di povertà generate da riforme mancate, pasticciate o lasciate a metà, come quella del mercato del lavoro.

Ripartiamo dai più deboli

sport per tuttiIl momento è difficile.  Il nostro paese si trova ad affrontare un peggioramento delle condizioni economiche, dovuto al periodo di recessione che stiamo attraversando. Tutti i cittadini osservano con preoccupazione il processo di regressione attivatosi ormai da tempo; nello specifico, la Regione Lazio governata dalla giunta Polverini non è stata in grado di rassicurare i cittadini fornendo loro una rete di protezione che supportasse in modo adeguato ed efficace le famiglie, le persone più deboli come anziani, bambini e disabili.
È su questo punto che Fabio Luciani, candidato alle Regionali per il Lazio, pone la dovuta attenzione all’interno del suo programma.
<<Oggi sono negati a molti i diritti più elementari come la casa, l’assistenza domiciliare, gli asili nido>> afferma il candidato, << ma con Nicola Zingaretti ci impegneremo a garantire il benessere delle persone, dalla nascita alla terza età, difendendo i più deboli e costruendo un modello di welfare moderno e inclusivo>>.
Perché è dovere di una giusta amministrazione tutelare il benessere dei propri cittadini, partendo in primis da coloro che ne hanno maggiormente bisogno.
La questione  riguarda nella stessa misura  i comuni della provincia di Latina, che hanno sofferto ( e ancora ad oggi soffrono) i tagli che hanno inciso nella carne viva dei cittadini.

È un diritto per questi ultimi avere a disposizione i servizi essenziali, e altrettanto doveroso per gli addetti ai lavori fare di tutto per assicurarli.
<<In un periodo di crisi economica occorre ripensare al welfare e costruire un sistema di protezione che tuteli e restituisca il diritto alla cittadinanza ai più deboli, quali bambini, anziani, donne, precari>>.
Effettivamente il nostro territorio soffre la carenza strutturale di asili nido, la mancanza di politiche di assistenza domiciliare agli anziani e ai disabili, che tende ancor più drammatica la situazione di collasso in cui versa la sanità; e ancora deficit di case per le giovani coppie, assenza di sussidio a famiglie e coppie di fatto.
Preso atto della situazione Fabio Luciani auspica ad una pronta soluzione e propone di incentivare progetti di Tagesmutter e welfare aziendale per realizzare una vera parità uomo/donna ed intervenire sul diffuso disagio sociale. Aiutare le giovani coppie che vogliano metter su famiglia, recuperare le fasce più deboli della popolazione: è questo il suo impegno per la provincia di Latina.

 

Fabio Luciani

Candidato PD al Consiglio Regionale del Lazio – Collegio Latina

Vicepresidente del PD Lazio

 Dea D’Epiro – 

Protesta vigili del fuoco, la mia giornata da reporter.

Un presidio con tanto di divisa, caschi, pannoloni e cateteri. Una manifestazione pacifica davanti al Viminale in cui vengono mostrati pannoloni e cateteri come segno di protesta contro “una riforma delle pensioni che li vorrebbe sui mezzi di soccorso fino a 66 anni”.

Io c’ero, per caso.

Passavo nei pressi del Viminale per ora di pranzo. Non ho resistito e mi sono fermato per solidarizzare, trasformandomi anche per qualche minuto in un reporter.

Disoccupazione Giovani al 35%. La Riforma Fornero del Lavoro aggraverà crisi e fiducia, fermiamola.

Nell’ultimo mese si sono persi 38.000 posti di lavoro, il tasso di disoccupazione è al 10,2%. Giovani senza lavoro sono il 35%, un livello che rappresenta lo status quo di un Paese con un economia in picchiata, un sistema produttivo in crisi profonda e  imprese che non investono più per sfiducia nel futuro. Pressione fiscale alle stelle, tasso di fiducia dei consumatori, famiglie e imprese ai minimi storici, siamo quasi a un punto di non ritorno. Se non riparte l’economia, i sacrifici richiesti dal Governo Monti non saranno serviti a nulla e l’Italia ritornerà a rischio default in pochi mesi. Le politiche fiscali e le riforme da fare dovranno essere improntate su criteri di equità e giustizia sociale,  altrimenti saranno insostenibili e produrranno effetti negativi su crescita economica e coesione sociale del nostro Paese. Per fare un esempio, la Riforma del Lavoro del Ministro Fornero è una riforma che andrebbe fermata, subito. Sono altre le criticità del nostro mondo del lavoro. Non possiamo permetterci di dare priorità a una  mini-riforma che non produce effetti positivi sulla crescita e non risolve il dualismo del nostro mercato del lavoro. In questo momento, in cui il lavoro è sempre più scarso e la fiducia nel futuro tende a zero, sarebbe grave e sbagliato approvare riforme capaci solo di introdurre nuovi elementi di preoccupazione per i lavoratori italiani che, vivono già, tra cronici e congiunturali livelli insopportabili di precarietà.