Il Caso Uber, perché l’innovazione non è Pop in Italia.

UberLa Notizia è questa: Milano, giudice conferma il blocco di Uber-pop: Entro oggi disattivi la app

Non è la sentenza del tribunale in sé a intristirmi, il giudice ha sicuramente applicato la contorta ed illiberale legislazione italiana, ma la forza del corporativismo e la resistenza delle rendite di posizione nel nostro Paese. Qualcuno penserà, erroneamente, che sto scrivendo questo post per difendere le Multinazionali Americane e i loro interessi economici.

Non è così, è vero il suo contrario, anzi a me interessa analizzare altri aspetti che la vicenda Uber Pop mette in luce. In particolare due, che mi piacerebbe discutere con voi, lettori del mio piccolo blog.

Il primo aspetto, riguarda le lobby, emblematiche per raccontare la deformazione del concetto di mercato e concorrenza ormai stratificato in Italia. Un mercato senza regole non esiste, ma non esiste neppure se le regole servono a favorire le solite lobby e gli interessi di pochi in danno del consumatore che paga sempre più per prestazioni scadenti (e decadenti) o del cittadino che vorrebbe fossero sempre più accessibili (anche da un punto di vista economico) alcuni servizi primari. E, quello del trasporto, è uno di questi. Il servizio taxi va liberalizzato, servirebbero poche regole a tutela degli utenti finali e pochi milioni di euro per il giusto ristoro di quei tassisti che non hanno ancora recuperato il loro investimento per l’acquisto della licenza.

Il secondo, il soffocamento delle imprese innovative, delle start-up nel nostro Paese. Uber,  come pure Google o Apple, in Italia non sarebbero mai nate. È pacifico affermare ciò, i motivi sono innumerevoli e vanno dal assenza d’incentivi pubblici ben organizzati a un sistema bancario in gigantesco conflitto d’interesse che preferisce, diciamo così, finanziare altre iniziative imprenditoriali. In questo mare magnum di ostacoli, uno sarebbe stato sicuramente il quadro normativo della nostra economia, che disciplina i nostri mercati e sembra assemblato (scientificamente) per soffocare qualsiasi forma d’innovazione, bloccare nuovi servizi, rallentare lo sviluppo di nuove tecnologie. Taglio corto, la finisco qui, ma vi lascio con una suggestione. Provate a immaginare per un secondo se al posto di Travis Kalanick e Garrett Camp fondatori di Uber nel 2009 a San Francisco, ci fossero stati Antonio Rossi e Antonio Verdi di Roma, cosa sarebbe successo? Probabilmente che la loro idea, nell’ipotesi migliore, sarebbe stata stroncata sul nascere a colpi di esposti e richieste di risarcimento milionarie.

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One thought on “Il Caso Uber, perché l’innovazione non è Pop in Italia.

  1. Che dire, hai ragione, ma questo paese non riesce a volare oltre le sigle del DOP, IGP, sagre paesane e via andare, cose bellissime e importanti, ma assolutamente insufficienti a creare PIL e posti di lavoro, innovazione e crescita, ricerca e scienza, in una parola: futuro. Lo spirito corporativo delle varie caste, presenti coi loro piccoli e grandi interessi dappertutto, dagli insegnanti ai tassisti, dai banchieri ai politici, taglia le ali alle innovazioni. Tutti vogliono riforme e tagli degli sprechi, salvo poi indignarsi quando il taglio e le riforme incidono sulla loro pancia.

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