Metamorfosi Leghista, parla l’ex-direttore della Padania

Ripercorre la storia e le ragioni della metamorfosi del Partito di Umberto Bossi. L’analisi proposta dall’ex-direttore della Padania Giuseppe Baiocchi è una sorta di viaggio nel mondo leghista. Un contributo molto interessante che, partendo dalle sue origini, ricostruisce le ragioni politiche dell’involuzione odierna della LegaNord.

fonte: Linkiesta

Giuseppe Baiocchi (ex-direttore Padania)

Per più di un secolo, al Nord, faceva politica chi non ce l’aveva fatta nell’impresa. Una scelta di ripiego, insomma. Lo scenario è cambiato col crollo del Muro. La Lega è stata l’unico tram che è passato, ma oltre il fiuto e la genialità politica di Bossi non è andata. Incapace di elaborare una qualsiasi ricetta di sviluppo o di analisi della politica estera. Ecco perché si è ridotta così. L’analisi dell’ex direttore della Padania.

Quando chi qui scrive cominciò a fare lo storico, si trovò con il suo maestro Giorgio Rumi a studiare le deputazioni lombarde alle prime legislature parlamentari del neonato Regno d’Italia, fondato proprio 150 anni fa. E risultava evidente come alla terza o quarta legislatura cambiava decisamente la qualità della rappresentanza.
Invece delle figure di spicco arrivavano in Parlamento i fratelli meno dotati delle grandi famiglie, i fattori delle tenute nobiliari, i contabili dei casati. Come se l’autentica classe dirigente di Milano e della Lombardia (che pure aveva innescato la rivoluzione risorgimentale e il sogno dell’Unità d’Italia) si ritrovasse dolorosamente estranea a quello Stato unitario nel quale aveva tanto sperato. E nelle lettere a casa non nascondevano la disillusione per il presente che si andava costituendo (con il peggio del connubio sabaudo-borbonico) e un robusto rimpianto per il passato.

Dato che comunque l’Italia era stata fatta e non si poteva disfare, quei maggiorenti scelsero di rinunciare allo Stato e alla politica, di ritornare sul territorio e di buttarsi sull’economia. Con lo sguardo rivolto più a Nord, al di là delle Alpi, aprirono un impetuoso processo di industrializzazione, di crescita tecnologica (applicata anche all’agricoltura), di moderne infrastrutture. In un fervore creativo che vedeva nell’intrapresa e nel lavoro il senso della vita e del futuro. E le istituzioni (tranne i Comuni), lo Stato dei prefetti e dei burocrati erano soltanto un impiccio oneroso: contro cui si mugugnava e si pagava, con le tasse, purchè non frenasse il nuovo lavoro e lo sviluppo della produzione e il commercio sui mercati.

Per più di un secolo, fino alla caduta della nostra prima Repubblica, nell’opinione corrente e nel sentire comune popolare la politica e l’amministrazione venivano considerate apertamente “matrigne”: semmai chi viveva nella carriera pubblica e politica, per dignitosa che fosse, veniva interpretato come “uno che non ce l’aveva fatta” nell’impresa e nel lavoro e quindi sostanzialmente come un ininfluente comprimario sociale.

Lo scenario del Nord si modifica di colpo con la caduta del Muro, la fine dell’assetto bloccato del quadro internazionale, l’illusorio riassetto dei conti pubblici con la ricorrente svalutazione della lira. E si comprende faticosamente che non si può più “fare a meno” della politica: finisce di colpo la sostanziale “delega in bianco” attribuita ad una classe politica sempre più consociativa, sempre tesa a gonfiare il debito pubblico, perfino con il regalo ai dipendenti pubblici di andare in pensione dopo aver lavorato 14 anni, sei mesi e un giorno.

Nel clima di stanchezza e di voglia di rapido cambiamento (nei tempi eccitati e ambigui di Tangentopoli) al Nord la Lega era “l’unico tram che passava” e lo è stato per diversi lustri, fino all’altro ieri. Anche perché il suo fondatore aveva avuto allora fortuna e intelligenza politica. La fortuna di aver svolto, da isolato Senatùr, un fruttuoso apprendistato tra l’87 e il ’92 nel Palazzo romano e di aver appreso molti degli “arcana imperii” tra i bizantinismi e le liturgie nascoste del potere di un regime al tramonto. Non a caso il professor Miglio, nel litigio furibondo che lo divise da Bossi, lo definiva “il più levantino dei nordici”.

Ma con il fiuto e la genialità politica di raccogliere materiali culturali preesistenti e abbandonati da altre aree ideologiche (il federalismo, lo stesso “Va’ Pensiero”, perfino la parola Padania intesa come comunità di destino) assemblandoli in una nuova eclettica narrazione politica, del tutto particolare ma a suo modo efficace e persuasiva per un popolo in ricerca di rappresentanza, oltretutto affascinato dal linguaggio volutamente popolano, se non plebeo, carico di una rozza suggestione che aveva il crisma della sincerità.

E insieme con uno strumento, il partito, anch’esso costruito con una avventurosa contaminazione: leninista nell’organizzazione “pesante” e nel centralismo carismatico e insieme moderato, se non doroteo, nel prosaico buon senso dei sindaci e della folta legione di amministratori locali.

Le cronache politiche di molti anni si sono riempite del Carroccio, delle sue svolte improvvise, delle sue estemporanee mobilitazioni, delle sue sorprendenti parole d’ordine, del consenso fluttuante e comunque in crescita anche in aree di nuovo insediamento, delle abili e spesso spregiudicate mosse nella conquista del potere. Molto meno di risultati acquisiti, di cambiamenti realmente compiuti, di corrispondenza tra progetto politico e concreta realizzazione.

A dire il vero, nella legislatura 2001-2006, grazie anche all’alleanza con il Cavaliere, la Lega aveva portato a compimento conclusivo il lungo iter della riforma costituzionale dello Stato. Pur imperfetta e carica di ombre e di interrogativi anche preoccupanti, aveva comunque il pregio di ridurre il numero dei parlamentari, di avviare il federalismo e il decentramento dei poteri, di rafforzare l’esecutivo e di eliminare quella vera e propria idiozia, unica al mondo, del “bicameralismo perfetto”, e cioè di Camera e Senato costretti a fare lo stesso lavoro, con la rilevante duplicazione di tempi e di costi del processo legislativo.

Nel referendum confermativo del giugno 2006 il popolo sovrano respinse la riforma: forse spaventato dalla novità e forse indotto da una propaganda contraria sopra le righe che si rivelò efficace, anche se conservatrice e completamente immobilista. Da quella sconfitta, giunta insieme alla malattia del suo capo, il Carroccio non si risollevò più soprattutto sul terreno culturale e di piena proposta politica. Certo la Lega ha poi rivinto le elezioni, è tornata al governo con un ruolo più pesante: ma, obbligata a “ripensare se stessa”, è sembrata inaridirsi in una ripetizione del passato, secondo un’involuzione (complicata dalle devastanti lotte di potere intestine) che il direttore di questa testata ha efficacemente riassunto nei giorni scorsi.

E tuttavia, da antico testimone e osservatore della lunghissima stagione della Lega, chi qui scrive si permette di far notare come l’azione politica del Carroccio sia stata caricata probabilmente di aspettative superiori alle sue possibilità. Aspettative anche segrete dei molti che, pur non condividendone l’orientamento, si attendevano comunque una capacità demolitoria del vecchio e dell’inefficiente e una concretezza innovativa in grado di almeno intaccare l’equilibrio immobile di uno Stato obsoleto.

Forse non se ne sono colti i limiti, in particolare del fermarsi progressivo dell’elaborazione culturale, pur mascherato dalla stagione di governo e dalla crescita di consensi che soltanto un anno fa appariva robusta e inarrestabile. Di questo deficit si segnala un solo esempio: l’assenza sostanziale di una visione di politica estera, che è la chiave di lettura da cui poi discende tutto il resto dell’azione politica. In fondo, col suo vitalismo localista, la Lega aveva a suo tempo sviluppato un suo ruolo alternativo e magari polemico nel contesto europeo e nelle scelte di politica internazionale. Il silenzio di questi ultimi anni si è dimostrato spiazzante: perché, non a caso, dall’estero spiovono da noi le grandi questioni che pesantemente condizionano la nostra vita civile (dalle guerre, ai barconi di Lampedusa alla devastante crisi finanziaria e ai suoi riflessi sui mercati e sui conti pubblici).

Invece proprio quando diventa drammaticamente urgente la necessità di un profondo “smontaggio e rimontaggio dello Stato”, la Lega, con la sua fisionomia di rottura, “non c’è”: è rimasta ferma, mentre il mondo andava avanti. E questo non fa altro che aumentare la disillusione e il disincanto…

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